Il linguaggio come atto di cura: la responsabilità comunicativa nel Terzo Settore

Spiegare cosa sia il linguaggio attraverso una definizione univoca, rappresenta una delle questioni più complesse e sfuggenti nella letteratura sull’argomento. 

Ciò che è evidente in questo contesto è che il linguaggio non si riduce a semplice strumento comunicativo o riflesso della realtà: come teorizzato dall’ipotesi Sapir-Whorf e dai numerosi studi che ne hanno approfondito gli assunti, il linguaggio incide profondamente sulla percezione della realtà da parte dell’individuo, influenzando l’organizzazione del pensiero e il modo in cui l’esperienza viene significata.

Secondo tale prospettiva, dunque, il linguaggio non si limita a rappresentare la realtà, ma contribuisce attivamente alla sua costruzione: le parole veicolano visioni del mondo, consolidano o mettono in discussione norme sociali, regolano le relazioni tra esseri umani.

 

L’importanza dell’uso consapevole del linguaggio nel Terzo Settore

Se il linguaggio può farsi strumento di trasformazione della realtà, nel contesto sociale e relazionale — fulcro dell’azione del Terzo Settore — le scelte linguistiche quotidiane assumono un valore etico profondo.

Le parole che utilizziamo, consapevolmente o meno, veicolano la nostra visione dell’Altra/o e modellano, consequenzialmente, dinamiche di riconoscimento, inclusione ed esclusione. Appare evidente come tale dimensione assuma una valenza particolarmente significativa all’interno del Terzo Settore, che opera a contatto con persone in condizioni di vulnerabilità o marginalità sociale — come persone con disabilità, famiglie in difficoltà, donne vittime o sopravvissute a violenza, persone migranti o appartenenti alla comunità LGBTQIA+.

Qui il linguaggio non può essere considerato neutro, bensì un atto concreto di cura, attraverso cui generare rispetto, abbattere stereotipi e costruire spazi e tempi autenticamente accoglienti.

Secondo questa linea interpretativa, il Terzo Settore è chiamato a un uso consapevole e responsabile del linguaggio, che gli consenta di assumere un ruolo di guida all’interno della società. Attraverso pratiche comunicative basate sull’ascolto e sull’inclusività, le organizzazioni no profit possono affermarsi come modelli di riferimento e promotori di una cultura della cura e della giustizia sociale, capaci di orientare il discorso pubblico verso forme di convivenza più eque, consapevoli e trasformative.

 

Brevi linee guida per un uso consapevole del linguaggio

Adottare un linguaggio rispettoso e veicolo di cura rappresenta una responsabilità impegnativa, ma al contempo necessaria. È imprescindibile riconoscere, in primis, alcuni assunti fondamentali: la perfezione è irraggiungibile ed errori o difficoltà sono parte integrante del processo. Ciò che conta è mantenere un atteggiamento costante di rispetto e sensibilità verso l’Altro/a, fondato su ascolto e disponibilità: disponibilità ad apprendere, a rivedere le proprie pratiche comunicative, a richiedere chiarimenti e a riconoscere gli errori, nonché, soprattutto, a fare spazio all’esperienza diretta di chi vive condizioni di marginalità o svantaggio.

Un approccio al “linguaggio di cura”, inoltre, implica un impegno costante, che include aggiornamento continuo, approfondimento critico e confronto con le realtà dell’attivismo intersezionale e del pensiero critico. Ciò favorisce lo sviluppo di una “alfabetizzazione emotiva e sociale” in grado di distinguere linguaggi inclusivi da quelli escludenti, parole lesive da quelle riparative.

Di seguito si propongono alcune formule linguistiche meno escludenti, intese come punto di partenza e stimolo alla riflessione. Tali espressioni riguardano in particolare le persone di cui, come Associazione di Promozione Sociale, ci occupiamo quotidianamente: donne in condizioni di svantaggio, persone migranti, persone con disabilità, persone con piccoli procedimenti penali e persone LGBTQIA+. 

Invece di: persona di colore, “n word”
Preferire: persona nera

La definizione “persona nera” è corretta e rivendicata da molte persone appartenenti a comunità afrodiscendenti. Evita formulazioni vaghe o offensive e riconosce l’identità razziale come elemento anche politico e sociale.

Invece di: zing*ro
Preferire: persona rom, persona sinti, persona appartenente alla comunità romaní

È importante utilizzare l’autodenominazione riconosciuta dalle comunità stesse. Il termine “zing*ro”, oltre a essere storicamente connotato da stereotipi e discriminazioni, veicola un’immagine stigmatizzante. Usare il nome corretto delle comunità è una forma essenziale di rispetto.

Invece di: disabile, portatore di handicap, diversamente abile, handicappato, persona affetta da…, persona speciale
Preferire: persona con disabilità

È una formulazione centrata sulla persona, rispettosa e riconosciuta anche dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. È possibile specificare il tipo di disabilità (motoria, sensoriale, cognitiva, ecc.) solo se strettamente rilevante e nel rispetto della persona.

Invece di: normodotato
Preferire: persona senza disabilità, persona che non ha una disabilità

Il termine “normodotato” suggerisce un’idea di normalità contrapposta alla disabilità. È preferibile un linguaggio neutro che non stabilisca gerarchie implicite.

Invece di: gay, omosessuale, trans ecc. usati come sostantivi
Preferire: persona gay, persona lesbica, persona transgender

È importante usare aggettivi qualificativi, e non sostantivi, per evitare la riduzione dell’identità alla sola dimensione dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere.

Invece di: persona che ha cambiato sesso, “prima era donna/uomo”, “nato uomo” o “nata donna”, “uomo nel corpo di una donna” o “donna nel corpo di un uomo
Preferire: persona transgender, persona che vive un percorso di affermazione di genere

Si tratta di un linguaggio che rispetta il vissuto della persona e il suo diritto all’autodeterminazione, evitando narrazioni patologizzanti o invadenti. È fondamentale ricordare di non utilizzare mai il “dead name”, ossia il nome assegnato alla nascita ma non più riconosciuto dalla persona, poiché farlo rappresenta una forma di negazione dell’identità e può causare disagio e esclusione.

Invece di: scelte di orientamento, gusto sessuale, preferenze sessuali
Preferire: orientamento sessuale

L’orientamento sessuale non è una scelta né una preferenza, ma una dimensione identitaria.

Invece di: non è né uomo né donna, indefinita/o, confusa/o…
Preferire: identità di genere non binaria, persona non binaria

Le identità di genere non binarie esistono e vanno riconosciute come legittime, senza ricorrere a definizioni svalutanti o scorrette.

 

Acronimo LGBTQIA+ e principali identità correlate

L’acronimo LGBTQIA+ comprende una varietà di identità sessuali, affettive e di genere non conformi alla norma eterosessuale e cisgender. Di seguito una sintesi dei principali termini, utile per promuovere una comunicazione più consapevole e inclusiva. Pur non esaustiva, questa panoramica intende favorire una maggiore alfabetizzazione sulle diversità identitarie. Il linguaggio come atto di cura: etica e responsabilità comunicativa nel Terzo Settore.

  • L – Lesbica: persona di genere femminile attratta emotivamente e/o sessualmente dal genere femminile.
  • G – Gay: persona di genere maschile attratta emotivamente e/o sessualmente dal genere maschile; in alcuni contesti usato in senso più ampio per indicare persone omosessuali.
  • B – Bisessuale: persona attratta emotivamente e/o sessualmente dai generi maschile e femminile.
  • T – Transgender: persona la cui identità di genere non corrisponde al sesso assegnato alla nascita.
  • Q – Queer: termine ombrello che raccoglie identità non conformi alle norme dominanti su genere e sessualità; storicamente stigmatizzante, è stato rivendicato dalle persone appartenenti alla comunità queer in chiave politica e inclusiva.
  • I – Intersessuale: persona nata con caratteristiche sessuali (cromosomi, genitali, ormoni) che non rientrano nelle classificazioni binarie di “maschio” o “femmina”.
  • A – Asessuale: persona che non prova attrazione sessuale;
    o Alleata/o: persona che, pur non appartenendo alla comunità, ne sostiene attivamente i diritti.
  • Il simbolo “+” – indica l’inclusione di tutte le identità di genere e orientamenti sessuali non esplicitamente nominati nelle lettere principali. Rappresenta un’apertura verso la complessità e fluidità delle esperienze identitarie, evitando una catalogazione rigida. 

Accanto a queste definizioni, esistono altre identità significative:

  • Non binario/a: termine ombrello che descrive identità di genere che non si riconoscono nel binarismo uomo/donna. Include persone genderqueer, genderfluid, agender e altre identità non conformi.
  • Pansessuale: persona attratta dalle persone, indipendentemente dal loro genere.
  • Demisessuale: persona che prova attrazione sessuale solo in presenza di una forte connessione emotiva.

 

In conclusione, adottare un linguaggio consapevole all’interno del Terzo Settore non rappresenta soltanto una buona prassi comunicativa, ma un autentico atto di cura: verso l’Altra/o, verso le relazioni e verso lo spazio sociale condiviso. In quanto strumento generativo di senso e riconoscimento, il linguaggio implica una responsabilità etica profonda, in particolare nei contesti che si prendono cura della vulnerabilità umana. Coltivare un uso riflessivo e rispettoso delle parole significa, dunque, contribuire alla costruzione di un immaginario collettivo più giusto, inclusivo e trasformativo.

A cura di Martina Durastante per PeopleTakeCare-APS

con la supervisione di Altea Del Grosso

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